Normativa, Sentenze e CCNL
Il giorno del compleanno doveva lavorare: si mette in malattia e festeggia. Ma il giudice boccia il licenziamento
Giuseppe Liguori
30/08/2026
Aveva chiesto un cambio di turno per il giorno del suo compleanno, ma non lo aveva ottenuto. Poi comunica di essere indisposta e di non poter lavorare. Quel giorno, però, sui social compaiono le foto dei festeggiamenti. L'azienda la licenzia. Il Tribunale di Bologna considera però illegittimo il licenziamento.
Una vicenda che, letta superficialmente, sembra lasciare poco spazio a interpretazioni.
Una lavoratrice chiede di cambiare il turno per poter festeggiare il proprio compleanno. La richiesta non viene accolta. Arriva il giorno tanto atteso e, poche ore prima del turno, comunica di essere indisposta e di non poter lavorare.
Poi, sui social, compaiono le fotografie dei festeggiamenti.
Per l'azienda gli elementi sono sufficienti per contestare la condotta e arrivare al licenziamento.
Per il Tribunale di Bologna, invece, no.
Con la sentenza n. 798/2026, il giudice ha ritenuto illegittimo il licenziamento, riconoscendo alla lavoratrice un'indennità pari a 10 mensilità, oltre alle spese di lite.
Ma attenzione: la decisione non dice che un lavoratore possa mettersi in malattia e andare tranquillamente a una festa.
Il ragionamento del giudice è molto più interessante.
La vicenda: compleanno, turno di lavoro e malattia
La vicenda riguarda una lavoratrice impiegata come cameriera presso un ristorante di Bologna.
L'11 maggio 2025 avrebbe dovuto lavorare durante il turno serale, con inizio alle ore 18:00.
Nei giorni precedenti aveva chiesto di poter cambiare il proprio turno proprio in occasione del compleanno, ma la richiesta non era stata accolta.
Il giorno previsto per il servizio, nel pomeriggio, la lavoratrice comunicò al responsabile tramite WhatsApp di non sentirsi bene e di non poter quindi prendere servizio.
Il giorno successivo trasmise alla società il certificato medico.
Nel frattempo, sul suo profilo Instagram erano comparse fotografie relative ai festeggiamenti per il compleanno.
Per l'azienda, la sequenza degli eventi era particolarmente significativa:
richiesta di cambio turno → mancato cambio → comunicazione di malattia → festa di compleanno → fotografie sui social.
La società decise quindi di contestare disciplinarmente la condotta, arrivando successivamente al licenziamento.
Non c'era soltanto la questione della festa
Un aspetto importante, spesso trascurato nel racconto della vicenda, è che il licenziamento non era basato esclusivamente sulle fotografie pubblicate su Instagram.
Alla lavoratrice erano state contestate tre diverse condotte.
In particolare:
essersi presentata al lavoro in una giornata che, secondo la contestazione, avrebbe dovuto essere di riposo;
avere consumato il pasto durante l'orario di servizio anziché al termine del turno;
avere comunicato l'indisposizione l'11 maggio, giorno del compleanno, mentre sul proprio profilo Instagram comparivano le fotografie dei festeggiamenti.
La lavoratrice ha impugnato il licenziamento davanti al Tribunale di Bologna.
Il punto decisivo: le foto provavano davvero la falsa malattia?
È qui che la vicenda prende una direzione diversa da quella che ci si potrebbe aspettare.
Le fotografie pubblicate sui social dimostravano che la festa c'era stata.
Ma, secondo il ragionamento del Tribunale, non dimostravano con certezza quando si fosse svolta.
Ed è una differenza fondamentale.
Il turno della lavoratrice iniziava alle 18:00.
Le immagini non consentivano di stabilire che i festeggiamenti si fossero svolti dopo quell'orario.
Non poteva quindi essere escluso che la festa fosse avvenuta prima delle 18:00 e che il malessere fosse comparso successivamente, impedendo alla lavoratrice di presentarsi al lavoro.
In altre parole:
la fotografia dimostrava che la lavoratrice aveva festeggiato il compleanno, ma non dimostrava che fosse in condizioni di lavorare alle 18:00.
Per il Tribunale, quindi, non era stata raggiunta una prova sufficiente della simulazione della malattia.
Sospetto e prova non sono la stessa cosa
È probabilmente questo il passaggio più interessante della vicenda.
Dal punto di vista del datore di lavoro, la situazione poteva certamente apparire sospetta.
La richiesta di cambio turno per il compleanno, il mancato accoglimento, la successiva assenza per malattia e la pubblicazione delle fotografie costituivano una sequenza di circostanze che poteva giustificare un approfondimento.
Ma nel procedimento disciplinare e nell'eventuale successivo giudizio non basta che una condotta appaia sospetta.
Occorre dimostrare la violazione contestata e, soprattutto, la sua gravità.
Nel caso specifico, il Tribunale ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero sufficienti a dimostrare che la lavoratrice avesse simulato la malattia.
Ma allora durante la malattia si può andare a una festa?
Qui bisogna evitare una conclusione semplicistica.
La sentenza non stabilisce che durante la malattia si possa fare qualsiasi cosa.
Il fatto che il licenziamento sia stato dichiarato illegittimo non significa che un lavoratore possa svolgere liberamente qualsiasi attività durante un periodo di assenza per malattia.
Il comportamento tenuto durante la malattia può infatti assumere rilevanza disciplinare quando risulta incompatibile con la patologia dichiarata, quando può compromettere o ritardare la guarigione oppure quando costituisce un elemento idoneo a dimostrare che l'assenza per malattia non era genuina.
La valutazione, però, deve essere effettuata caso per caso.
Una determinata attività può essere compatibile con una patologia e incompatibile con un'altra.
E soprattutto, il fatto che una persona non sia in grado di svolgere le proprie mansioni non significa necessariamente che sia impossibilitata a compiere qualsiasi attività personale.
È quindi sbagliato ragionare secondo lo schema:
“Se sei in malattia devi stare sempre a casa.”
Ma è altrettanto sbagliato concludere:
“Se sei in malattia puoi fare quello che vuoi.”
E i social network?
Le fotografie pubblicate sui social possono certamente diventare elementi utilizzabili per ricostruire i comportamenti tenuti dal lavoratore durante l'assenza.
Ma anche in questo caso bisogna distinguere tra ciò che una fotografia mostra e ciò che si pretende di dimostrare attraverso quella fotografia.
Nel caso di Bologna, le immagini mostravano i festeggiamenti.
Non consentivano però di stabilire con certezza l'orario in cui si erano svolti.
Ed è proprio questa circostanza ad avere avuto un peso nella valutazione del giudice.
Una fotografia, quindi, può rappresentare un elemento di prova importante, ma il suo valore deve essere valutato nel contesto complessivo dei fatti.
Il licenziamento non è stato bocciato soltanto per le foto
Un altro punto da chiarire è che il Tribunale non ha dichiarato illegittimo il licenziamento esclusivamente perché le fotografie non dimostravano la falsa malattia.
La decisione ha riguardato l'insieme delle contestazioni disciplinari.
Secondo la ricostruzione della sentenza, le condotte contestate erano sostanzialmente provate, ma non presentavano una gravità tale da giustificare il licenziamento per giustificato motivo soggettivo.
Il giudice ha quindi ritenuto che, anche considerando complessivamente i comportamenti contestati, non fossero presenti gli estremi necessari per una sanzione espulsiva.
È una distinzione fondamentale:
un comportamento può essere scorretto senza essere necessariamente abbastanza grave da giustificare un licenziamento.
La decisione del Tribunale di Bologna
Il Tribunale di Bologna ha quindi accolto il ricorso della lavoratrice e dichiarato insussistenti gli estremi del licenziamento per giustificato motivo soggettivo.
La lavoratrice non aveva chiesto la reintegrazione nel posto di lavoro, ma un'indennità.
Il Tribunale ha riconosciuto un'indennità pari a 10 mensilità, oltre alle spese di lite.
Le ricostruzioni della vicenda hanno quantificato complessivamente il valore economico della decisione in circa 20.000 euro.
Cosa dovrebbe imparare un lavoratore?
La vicenda non dovrebbe essere letta come un invito a comportarsi senza prudenza durante la malattia.
Al contrario.
Chi è assente per malattia deve mantenere una condotta coerente con il proprio stato di salute e con le esigenze di recupero.
E dovrebbe essere consapevole che ciò che viene pubblicato sui social può essere utilizzato per ricostruire i comportamenti tenuti durante l'assenza.
La lezione, però, è un'altra:
pubblicare una fotografia durante la malattia non significa automaticamente aver commesso un illecito disciplinare.
Bisogna valutare cosa rappresenta quella fotografia, quando è stata scattata, quale attività documenta e soprattutto se quella condotta sia incompatibile con la malattia dichiarata.
Cosa dovrebbe imparare un datore di lavoro?
Anche per le aziende la sentenza contiene un'indicazione importante.
Una fotografia trovata sui social può rappresentare un elemento da approfondire, ma non dovrebbe essere automaticamente trasformata nella prova di una falsa malattia.
Prima di arrivare a un licenziamento è necessario valutare il quadro complessivo:
la patologia dichiarata;
le mansioni svolte dal lavoratore;
l'attività concretamente svolta durante l'assenza;
il momento in cui tale attività è stata svolta;
l'eventuale incompatibilità con la patologia;
l'eventuale incidenza sulla guarigione;
le ulteriori prove disponibili;
la gravità complessiva delle condotte contestate.
Perché nel diritto del lavoro non conta soltanto che un fatto sia accaduto ma anche la sua rilevanza disciplinare e la sua gravità rispetto alla sanzione che si intende applicare.




